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La tecnica pittorica delle pitture
murali di Alessandro Masini eseguite nel 1782
Le
pitture murali realizzate da Alessandro Masini a partire dal
1782 allafine dei lavori di costruzione della chiesa sono
state eseguite con la tecnica del bianco di calce con qualche
originale finitura a secco.
Questi è noto nel panorama artistico locale prevalentemente
per aver censito le opere darte dellepoca scrivendo
le biografie degli artisti. Documenti rinvenuti nellarchivio
storico del comune di S. Miniato attestano il pagamento di
£91, nel giorno 26/06/1782, al pittore Alessandro Masini
per la realizzazione di una pittura nella tribuna del coro.
Si presume che lartista non abbia eseguito né
larriccio né lintonaco pittorico, ma si
sia servito del supporto preesistente che oltre tutto era
imbiancato, limitandosi ad eseguire sullimbiancatura
il disegno preparatorio e le successive velature. Il supporto
murario è in mattone e glintonaci sono costituiti
da calce e inerte sabbioso di varia granulometria. La tecnica
non segue perfettamente la procedura di esecuzione del bianco
di calce in quanto lartista non va a dipingere su un
intonaco, già stanco, da lui applicato,
bensì lavora su una velatura di bianco di calce, non
pigmentata, preesistente usandola come base. Questo è
il motivo essenziale per cui non è stato possibile
individuare le caratteristiche pontate, né
le giornate di lavoro. Tale procedura ha permesso
al pittore di lavorare assai rapidamente, a scapito dello
stato conservativo in quanto, sia le spesse sovrapposizioni
di stesure a calce, che le velature di colori puri, non hanno
avuto modo di creare un saldo ancoraggio al supporto; infatti,
impiegando soltanto il bianco di calce come legante, per stemperare
i colori, ha portato ad una carbonatazione più superficiale.
Non si rileva la presenza di tecniche di riporto indirette,
ma la sola presenza di un disegno preparatorio tracciato nei
sui tratti generali, usando la matita nera ripassata in alcuni
punti, come sui volti dei cherubini in alto a sinistra, e
il pennello con pigmento rossastro. Il pittore, dopo aver
realizzato la composizione delineando le architetture e qualche
figura, è andato a rafforzarne i contorni e a delinearle
con le campiture dei colori stemperati nel bianco di calce.
Il Masini è assai rapido nellesecuzione, ma carente
a livello stilistico; ha realizzato una composizione, ad unanalisi
ravvicinata, di scarso pregio artistico (prospettiva errata,
scarsa dovizia di particolari, figure approssimative e sproporzionate),
ma nel complesso leffetto ottenuto è stato discreto.
Nonostante la tecnica sia una variante del vero e proprio
bianco di calce, molti sono i fattori che permettono con certezza
lindividuazione della tecnica: la scabrosità
dellintonachino (anche se si fa uso di quello preesistente),
che garantisce un miglior ancoraggio del film pittorico al
supporto, la brillantezza dei colori, caratteristica dovuta
al legante, la pennellata corposa e coprente (sono infatti
percepibili le tracce lasciate dalle setole del pennello)
ed infine, una tavolozza decisamente più ampia di colori,
rispetto a quella impiegata nella pittura ad affresco.
Lo stato di conservazione
Lintera parete di fondo dellabside si presentava
scialbata da uno spesso e compatto strato di tempera che ha
permesso, in un certo senso, di proteggere la pittura murale
dal nerofumo e dal particellato solido, che solitamente costituiscono
una delle più comuni forme di degrado delle pitture
murali. I saggi hanno rilevato la presenza di un doppio strato
di scialbatura: il primo, quello aderente alla pittura nonché
il più antico, è costituito da una tempera marrone
poco corposa e facilmente asportabile, il secondo è
una tempera molto probabilmente sintetica stesa con uno spessore
rilevante. Lo stato conservativo va analizzato dopo la descialbatura
anche se le conseguenze dellumidità di risalita,
che era arrivata fino a 1,50 cm dal piano di calpestio, quali
la decoesione e la friabilità dellintonaco, erano
già note e visibili. Il fenomeno sembra, però,
esser stato arrestato in quanto attualmente non si sono manifestate
efflorescenze saline né macchie di suddetta umidità.
Non sono state rilevate fessurazioni attive, sintomo di cedimenti
strutturali o di distacchi degli intonaci, solo alcuni cretti
orizzontali in prossimità delloculo, probabilmente
dovuti o alla tamponatura del medesimo o alla lunetta novecentesca
sovrastante, e alcune micro crettature tipiche di una pittura
e del suo tempo vita. In generale la parete non ha
risentito di tale condizione, infatti, lintonaco pittorico
risulta coeso e privo di distacchi interstrato. La pellicola
pittorica, anche se corposa, essendo stata applicata su una
stesura a calce, non ha avuto modo di creare un saldo ancoraggio
e, venendo meno la soluzione di continuità, il colore
si è distaccato in sfoglie più o
meno ampie. Nel complesso il colore risulta resistente allazione
di abrasione con cotone imbibito dacqua.
Durante lOttocento è stato arretrato laltare
in pietra, spostato sotto larco trionfale, con laggiunta
di due ampie scalinate lignee e del ciborio, ora esposto sotto
la pittura settecentesca. Si suppone che tale modifica abbia
compromesso la fruibilità dellopera tanto da
decidere di scialbare lintera parete.
La presenza di stuccature è esigua, fatta eccezione
per una ampia a cemento che ha portato alla perdita di parte
delle nuvole sottostanti a Santo Stefano, e qualche altra
di modeste dimensioni sia a cemento che a gesso, quasi tutte
localizzate nella parte inferiore del dipinto e successivamente,
rimosse.
La ridipintura più vasta, ma anche di minor conto,
è quella dello sfondo che in origine era di un colore
avorio con sottotono giallo e che le accurate prove di scopritura
hanno rivelato esser stato ridipinto di celeste (lo stesso
che è stato usato per ridipingere lintera chiesa
e alcune parti decorative). Altre due ridipinture non originali
sono la fascia a finto marmo verde della trabeazione dellaltare
e il simbolo della Trinità che sembra esser stato ridipinto
su uno preesistente (lo testimonierebbero i colori delle tempere
sintetiche che non sembrano essere tipicamente settecentesche).
In passato, durante un intervento di manutenzione le lacune
del film pittorico sono state integrate a tempera.. Laddove
le lacune erano più ampie e le perdite evidenziavano
il sottostante strato a bianco di calce (le mancanze della
dalmatica del Santo, il braccio dellangelo di sinistra
di cui è stato addirittura stravolto il disegno originale,
i fusti delle colonne e parte della finta architettura), sono
intervenuti ad imitazione, integrando i colori e riproponendone
i motivi decorativi. Le parti ripassate per ravvivare
i colori hanno interessato per la maggior parte le architetture,
dove il colore si è rivelato particolarmente resistente
nonostante si trattasse di una tempera; sono stati ripassati,
inoltre, i capitelli e i basamenti delle colonne, la cornice
della finta pala daltare, il cielo della scena centrale
ed altri piccoli particolari della medesima (ad es. i puttini
in alto a destra). Non è stata individuata la presenza
di un fissativo.
Lintervento di restauro
Le indagini a vista, a luce diffusa e radente, hanno fornito
i dati oggettivi per mettere a punto la metodologia dintervento.
È stato possibile individuare la tecnica esecutiva
e, in base allo stato conservativo, la corretta procedura
per restituire allopera ciò che il tempo
vita, alterato dalle forme di degrado, le aveva tolto.
Le fonti a nostra disposizione non ci hanno fornito informazioni
su restauri precedenti che, presumiamo, non esser stati realizzati
in quanto, è evidente lintervento di diffusa
ridipintura, più che di manutenzione.
Di frequente, in passato, si soleva imbiancare le pitture
murali con idrato di calcio (scialbo) o con tempere per svariati
motivi; nel nostro caso, come già accennato, uno dei
motivi più accreditati è che la pittura, la
cui vista era in parte celata dalle modifiche apportate allaltare,
fosse stata scialbata perché non più fruibile
da parte dei fedeli.
Lintonaco leggermente ruvido (della tecnica a mezzofresco)
ha reso più tenace limbiancatura, ma ha, in un
certo senso, protetto la pittura dagli agenti esogeni.
La rimozione, trattandosi di una pellicola aderente alla superficie
pittorica, va eseguita con estrema cautela. Nel nostro caso
lo scialbo è costituito da una tempera lavabile, sintetica,
che un impacco di ammonio carbonato non riesce ad intaccare;
non potendo col medesimo metodo andare ad agire sulla scialbatura
di tempera marrone sottostante, in quanto non si è
a conoscenza dellesatta estensione dei ritocchi a secco
originali (per evitare la perdita di tali finiture), si è
optato per una rimozione meccanica ad ultrasuoni e bisturi.
Una delle principali forme di degrado della pittura è
la diffusa presenza di esfoliazioni di varie dimensioni. Essendo
la carbonatazione nella tecnica a bianco di calce più
superficiale, il colore si è sollevato in alcune zone,
in particolare nei toni scuri (che contengono meno legante),
sottoforma di sfoglie. Non potendo effettuare
loperazione di pulitura senza il rischio di ulteriori
perdite di colore, si è dovuto procedere preconsolidando
le scaglie con un adesivo in emulsione acquosa, quale il Primal
AC33, applicato mediante iniezioni al tergo dei sollevamenti.
Una volta iniettata la sostanza adesiva, con una leggera pressione
per mezzo di cotone imbibito dacqua, si è cercato
di far aderire le scaglie adagiandole nella loro sede, rimuovendo
poi leccesso di resina. Le concentrazioni dellemulsione
sono state variate in base allentità e allestensione
dellesfoliazione: 5% per quelle più piccole e
20% per quelle più ampie; in alcuni casi, dove il colore
è resistente ma il sollevamento è notevole,
si è preferito fare piccole fermature a punti di resina
costituite da cotone unito a resina al 20%.
Per una corretta metodologia dintervento si tenta, attraverso
i saggi di pulitura, di stabilire i tempi di contatto, i materiali
più idonei (meno invasivi e che implichino, a parità
di risultato, un minor quantitativo e minori tempi di contatto)
e il metodo della loro applicazione. Non essendo presente
sulla superficie pittorica un considerevole strato di sporco,
né un fissativo dato in passato, bensì qualche
residuo di scialbo più tenace e delle ridipinture a
tempera assai resistenti, dopo una globale pulitura a tampone
con spugna naturale e acqua deionizzata per la rimozione dei
particellati, si sono differenziate le prove preliminari.
Inizialmente, pensando che si trattasse di una ridipintura
a tempera sintetica, si è applicato un impacco, previa
interposizione di un foglio di carta giapponese, di polpa
di cellulosa (Arbocel, di varia fibratura) e acetone con tempi
di contatto di mezzora. Poiché la pulitura risultava
comunque parziale, abbiamo provato sia a tamponare con spugna
e soluzione di ammonio carbonato al 20%, sia con la medesima
soluzione al 20% supportata da polpa di legno e sepiolite
in proporzioni di 4:1. Il ricorso agli impacchi è indispensabile
al fine di ammorbidire i materiali da asportare e consentono
inoltre, di prolungare i tempi di contatto del reattivo con
la superficie. Limpacco è stato applicato su
un foglio di carta giapponese a cazzuola con tempi di unora.
Essendo soddisfacente il risultato ottenuto con limpacco
si è estesa loperazione laddove le ridipinture
erano più resistenti: architetture, cornice della pala
daltare, puttini di destra, dalmatica del Santo, colonne.
Nelle restanti zone è stata sufficiente la pulitura
a tampone. Rimosse meccanicamente, con spugna naturale, le
sostanze estranee, si è proceduto risciacquando
la pittura con acqua deionizzata.
Non rilevando la tendenza alla disgregazione deglintonaci,
né distacchi interstrato, non è stato necessario
effettuare consolidamenti in profondità. Sono state,
però, integrate le lacune dellarriccio e/o dellintonaco
eseguendo stuccature con una calce aerea (grassello di calce)
con inerte di varia granulometria, a seconda che simpieghi
per un arriccio o per un intonachino, applicato a spatola,
previa accurata spolveratura e bagnatura della lacuna. La
superficie del velo finale è stata modellata in modo
da riprodurre la scabrosità dellintonaco tipica
del bianco di calce. Le stuccature preesistenti a gesso e
cemento sono state rimosse.
La fase conclusiva dellintervento è stata il
ritocco pittorico che ha permesso di restituire allopera
loriginale leggibilità. Si è optato per
il trattamento a sottotono, raggiunto per mezzo di velature,
mantenendo il massimo rispetto dellopera. Laddove si
è rivelato possibile per il contesto pittorico, si
è proceduto abbozzando alcune parti, pur mantenendo
un leggero sottotono, per rendere il nostro intervento distinguibile,
ad una visione ravvicinata, dalla tessitura originale.
La tavolozza dei colori impiegata è composta da: terre
di Siena, ocre, terre dombra, rosso inglese, rosso di
cadmio, verde ossido di cromo, verde smeraldo, nero biossido
di manganese, nero vite, blu cobalto medio e bianco di titanio.
Tali pigmenti in polvere sono stati impiegati con un legante
a base di caseinato dammonio al 4% in acqua deionizzata.
>>pag. 2
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